AUSANGATE, UN TREKKING DAVVERO SPECIALE

Cinque giorni ai piedi del monte Ausangate, tra natura selvaggia in Perù, notti stellate, cammini lontani dalla folla e tanta, tanta libertà.

30 Marzo 2026

Si può avere nostalgia di tenda e sacco a pelo?

La maggior parte delle persone (probabilmente anche tu) risponderebbe d’istinto di no.
Perché si dovrebbe sentire la mancanza di nottate fredde, di un cuscino scomodo e di un pavimento che un pavimento non è?
Però succede. Più spesso di quanto si pensi. A me, per esempio, soprattutto quando sono a Milano, capita di continuo. E so che chi ha avuto la fortuna di vivere un trekking di più giorni, immerso nella natura, può capire perfettamente ciò che intendo.

Può sembrare quasi una follia provare nostalgia per una “casa” fatta di stoffa, per le mattine in cui uscire dal sacco a pelo richiede coraggio, per la polvere che si infila ovunque, il fango che si attacca alle scarpe, l’aria umida e la sveglia che suona all’una di notte. Eppure in tutte queste cose c’è una forma di libertà difficile da spiegare: il sacco a pelo che ti avvolge e ti protegge , il silenzio che cala sul campo quando il sole se ne va, il telefono che non prende, le cene in compagnia di sconosciuti diventati nuovi amici con i quali condividere stanchezza, fatiche e bellezza.

Succede quando la vita di tutti i giorni diventa troppo comoda, troppo controllata, troppo prevedibile e hai bisogno di ricordarti quanto poco serva davvero per sentirti vivo. La natura ti mette davanti a panorami così belli da farti dimenticare tutto il resto.

Così è stato per il trekking dell’Ausangate: cinque giorni e una sessantina di chilometri percorsi attorno a una delle montagne più sacre delle Ande peruviane. Una delle esperienze più intense della mia vita, un cammino ad anello fatto di paesaggi incredibili, di laghi di un blu quasi surreale e di vallate silenziose in cui pascolano silenziosi alpaca, lama e vigogne.

È un trekking ancora poco conosciuto e lontano dalla folla…anche se si trova a pochi chilometri da una delle zone più turistiche del Perù: Cusco. Un percorso non lontano dalle famose Rainbow Mountains (il cui nome in Quechua è Vinicunca, “Montagna dei sette colori”) che permette di viverle da una prospettiva completamente diversa: niente ressa e nessun gruppo rumoroso. La folla comincia ad arrivare intorno alle sette o sette e mezza del mattino, mentre il trekking dell’Ausangate ti permette di arrivare prima e di avere tutto il tempo per goderti le montagne in silenzio.

Il Trekking Ausangate

Per affrontare il trekking dell’Ausangate, così come altri cammini simili tra Cile, Bolivia e Perù, il consiglio è di affidarti a un’agenzia locale o di partire con un viaggio organizzato. Per chi è molto esperto è possibile affrontare il trekking in autonomia, ma è bene sapere che la difficoltà aumenta sensibilmente: lungo il percorso non c’è segnale, i sentieri sono sì tracciati ma poco segnalati, e non è sempre immediato orientarsi. Inoltre, dover trasportare per più giorni tutta l’attrezzatura necessaria (tenda, sacco a pelo, fornello e cibo) a queste altitudini rende l’esperienza decisamente più impegnativa.

Il trekking dell’Ausangate si può completare in cinque o sei giorni. Io ho scelto (o meglio, mi sono ritrovata a scegliere 😂) la versione più intensa, l’unica disponibile per chi viaggiava da sola unendosi a un piccolo gruppo. Ho così percorso circa 60 chilometri in cinque giorni, camminando sempre tra i 4000 e i 5000 metri di altitudine. È stata un’esperienza profondamente trasformativa, che ha rafforzato ancora di più il legame che sento con la montagna e con le Ande in particolare.
Affidandoti a un’agenzia, l’organizzazione è completa: dal trasporto dell’attrezzatura all’allestimento del campo. Io ho condiviso il percorso con una coppia di ragazzi statunitensi, Chris e Christina, e fin dai primi passi si è creata quella complicità che solo i viaggi così sanno costruire.

Le tappe

Il cammino inizia a Upis Pampa, a circa tre ore di auto da Cusco. La prima giornata è perfetta per acclimatarsi: circa tredici chilometri da percorrere in 4–5 ore, con un dislivello contenuto, tra villaggi remoti e ampie vallate. È qui che compaiono i primi lama e si inizia a respirare quell’atmosfera magica che accompagnerà tutto il viaggio.

La prima notte è anche l’unica che non si trascorre in tenda, ma in bungalow a circa 4.400 metri, proprio ai piedi del ghiacciaio dell’Ausangate. Un luogo perfetto per assistere al primo tramonto e alle prime notti stellate, con la montagna sempre davanti agli occhi, presenza costante per tutto il trekking.

Dal secondo giorno le distanze si accorciano leggermente, ma aumentano altitudine e fatica. Si cammina in media 5–6 ore al giorno, affrontando dislivelli costanti e i primi passi d’alta quota, come quello di Arapa, che sfiora i 5000 metri. Qui il ritmo rallenta, il respiro si fa corto e ogni passo richiede più attenzione. Intorno, il paesaggio cambia: compaiono lagune glaciali e scenari sempre più selvaggi. I campi tendati si trovano oltre i 4500 metri, e le notti, fredde e limpide, regalano cieli incredibili.

Il trekking prosegue attraversando alcune delle zone più spettacolari, come la Valle Rossa, fino ad avvicinarsi alle Montagne Arcobaleno. A seconda dell’itinerario scelto, è possibile raggiungerle con una deviazione oppure includerle direttamente nel percorso, con un accampamento nelle vicinanze.

Il momento più impegnativo arriva con il Passo Palomani, il punto più alto del trekking, oltre i 5100 metri. Qui la sfida non è tecnica, ma tutta legata all’altitudine. Superato il passo, si scende gradualmente verso quote leggermente più basse, dove compaiono piccoli villaggi.

L’ultimo giorno prevede ancora diverse ore di cammino, ma con un dislivello più dolce. Si attraversa la zona dei Sette Laghi dell’Ausangate, uno dei tratti più suggestivi anche dal punto di vista fotografico, prima di arrivare a Pacchanta, dove le sorgenti termali segnano simbolicamente la fine del percorso.

Nel complesso, si tratta di un trekking di circa 60 chilometri, distribuiti in cinque o sei giorni, con tappe giornaliere tra le 5 e le 8 ore e altitudini sempre comprese tra i 4000 e i 5100 metri. Non presenta particolari difficoltà tecniche, ma è fisicamente impegnativo: richiede acclimatamento, resistenza e capacità di adattarsi a condizioni ambientali variabili. Proprio per questo è un’esperienza intensa, che mette alla prova ma che, passo dopo passo, ti fa sentire incredibilmente vivo e capace di fare cose che non immaginavi.

E poi ci sono tutti quei momenti impossibili da dimenticare.
Come le notti stellate, così nitide da sembrare irreali. Io e gli altri ragazzi del gruppo restavamo con il naso all’insù a osservare la Via Lattea, luminosa e vicinissima, resa ancora più intensa dall’assenza di inquinamento luminoso e da un cielo, quello dell’emisfero australe, diverso da quello a cui siamo abituati.
Le giornate scorrono tra sveglie all’alba, passi oltre i cinquemila metri, sole che scalda, nuvole improvvise, vento gelido e persino qualche (inaspettato durante la stagione secca di Luglio) fiocco di neve.

Il gruppo, incluse le guide locali, giorno dopo giorno diventa una piccola famiglia. Si condividono la fatica, i silenzi, le risate improvvise, gli infusi di coca al campo e la luce del primo sole sulle cime. Legami semplici, ma profondi, che difficilmente si dimenticano.

Quella strana nostalgia di tenda e sacco a pelo, in fondo, parla di libertà ed essenzialità: cose che ahimè, nella vita di tutti i giorni, travolti da stress, consegne, comodità e paure immotivate si perdono facilmente.
I lunghi cammini, la tenda, il sacco a pelo e quel pavimento che non c’è. Sono loro a ricordarmi che cosa conta davvero ❤️